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POLITICA
24 febbraio 2010
Testabacata


Libercolo che raccoglie due lunghi articoli dell’anarchico Malatesta, apparsi su riviste inglesi e americane ad inizio Novecento. L’Anarchia ha tutta l’aria di essere stata una “ideologia” sorta nell’Ottocento, nel crogiuolo del malcontento social-proletario che generò prima il socialismo utopico (di Proudhon, per es.), poi il socialismo scientifico di Marx, poi la Democrazia etc. Le ideologie, come tutti i sistemi di pensiero, hanno una forte connotazione utopica, appunto, per la loro naturale inclinazione a pretendere di sistematizzare le cose della realtà che sono a loro volta per natura recalcitranti ad essere assoggettate. L’Anarchia è forse la più utopica (o utopistica?) delle ideologie, e per questo è la più simpatica. Una via di mezzo tra il socialismo, il liberalismo e la democrazia, confida nella spontanea collaborazione delle persone e dei raggruppamenti che costituiscono la società che, se lasciati sviluppare in santa pace – al riparo da chi vuole profittare dei propri interessi personali, garantiti dal Potere dello Stato - darebbero luogo ad una armoniosa collaborazione economico-sociale che tenderebbe naturalmente verso il bene comune. Simpatici illusi. Nonostante ciò, nel saggio del Malatesta si trovano passi illuminantissimi, tipo:

“Fino a che l’uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare o massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti. Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura un uomo potette produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro. Più tardi, i vincitori si avvisarono che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra e di tutti i mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi, non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per loro conto, ai patti che essi volevano.”

Un genio.


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CULTURA
19 gennaio 2010
severino, severino


Un agile libretto della Bollati Boringhieri che raccoglie un dialogo pubblico tenuto da Aime e Severino nell'ambito della kermesse "Torino Spiritualità". Fino alla prima metà del libro ci si chiede se questi siano due filosofi o due tizii che si sono ritrovati al bar a chiacchierare davanti ad una birra, tanto appaiono scontate le loro considerazioni. Poi, per fortuna, il Severino salva un po' la situazione tirando fuori un paio di concetti abbastanza rilevanti e non banali: la considerazione del diverso (l'immigrato, il malato mentale, etc.) come nemico è frutto di una naturale tendenza percettiva semplificatoria, atavica, attuata dalla mente per dividere il mondo in positivo/negativo, una classificazione di massima che consente di mettersi al sicuro di fronte ad un pericolo generico. Ad aggravare, ma allo stesso tempo a redimere, questa rozza discriminazione interviene lo spirito critico scientifico della società occidentale, che Severino considera superiore a quello della cultura orientale, che non ha sviluppato nulla di paragonabile in tal senso. Lo spirito filosofico/scientifico presume l'analisi, quindi il discernimento delle differenze tra gli elementi di natura. Se, ad un primo livello, questo atteggiamento è quello che spinge a considerare il diverso come negativo, perché in esso riconosciamo delle differenze rispetto a noi (ma anche perché non ne conosciamo l'origine, viene dal nulla, ex nihilo, e non da un background a noi comune), ad un livello più serio di approfondimento analitico, lo spirito critico consente di distinguere nella massa dei diversi (gli immigrati, per es.) le differenze che caratterizzano ognuno dei suoi componenti, come persona, e in tal modo - evidenziando gli aspetti umani comuni a tutte le etnie - ci fa riconoscere in esso un nostro simile.

p.s.: Severino è un discreto pensatore, peccato che non sia capace di esporre le sue idee in una sequenza logica decente (dovrebbe imparare dal suo allievo Galimberti).

POLITICA
15 dicembre 2009
Piani di Bobbio


A leggerlo oggi, a quindici anni di distanza, il pamphlet di Bobbio sembra proprio figlio leggittimo (o, forse, padre putativo, essendo certamente il risultato di riflessioni precedenti, più o meno pubbliche) della stagione che portò alla modifica della legge elettorale italiana in senso maggioritario (è uscito infatti nel 1994). Il Norberto dà per scontata una lettura binaria della realtà, data per contrapposizione di due elementi non compatibili. Nasconde, al pubblico e a se stesso, che una visione di questo tipo è una forma di semplificazione percettiva che la povera umanità si dà per non soccombere di fronte alla infinita complessità del mondo. La diade destra-sinistra, nata all'epoca della rivoluzione francese, è solo la variante contemporanea di altre contrapposizioni storico-sociali (guelfi-ghibellini, etc.) e che, in questo senso, non ha perso nulla del suo valore di distinzione assiologica, essendo un puro strumento spaziale per classificare delle differenze ideologiche di fondo tra gruppi politici di un tipo o dell'altro. Bobbio spiega chiaramente come il Partito Democratico (seppure ancora non esistente, all'epoca) non debba essere reticente nel pronunciare la parola 'Sinistra', essendo lo stesso partito nato per contrapporsi ad un blocco avversario che non si può non denominare come 'Destra' (quindi se esiste la destra, deve esistere per contrapposizione anche la sinistra, all'interno della quale si possono eventualmente individuare delle componenti moderate o estremiste: il PCI era un partito di sinistra, ma non di estrema sinistra, come Democrazia Proletaria, per esempio). Questa teoria bobbiana era un evidente portare acqua al mulino del sistema maggioritario, e della trasformazione del sistema politico italiano da proporzionale a bipartitico, mascherata da indagine sulle ragioni di sussistenza o meno di termini apparentemente desueti come quelli del titolo. Il filosofo torinese adotta un metodo espositivo di tipo platonico-socratico: ripercorre la succinta bibliografia che lo ha indotto ad individuare quelle che in ultima istanza sono le ragioni fondanti dei due schieramenti, scartando via via le elucubrazioni di altri studiosi del tema per arrivare ad evidenziare il valore dell'Uguaglianza, che per la sinistra è considerato in maniera positiva come il riconoscimento dei fattori che accomunano le diverse categorie sociali e umane, mentre per la destra è vissuto impropriamente come un livellamento negativo di ogni istanza umana e sociale (ma forse soprattutto economica, a voler essere realisti).


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POLITICA
22 ottobre 2009
berlus-socrate


Se non fosse assurda l'idea in sé, un folle paradosso, la dichiarazione del Berlusca riportata dalla Repubblica di oggi potrebbe far presumere che il Nostro abbia letto l'Apologia di Socrate. È lo stesso tipo di affermazione che il filosofo porta a sua difesa per evitare la condanna del tribunale ateniese. Dal momento che l'unico Socrates che il Cavaliere conosca è probabilmente l'ex calciatore della Fiorentina, si può dedurre che la scusante escogitata per discolparsi è di una banalità esagerata, il che conferma anche come mai Socrate la tiri fuori alla fine della sua disquisizione, quando tutte le altre argomentazioni precedenti non erano servite, e non gli tornò utile per l'assoluzione. Speriamo in bene, anche in questo caso.

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CULTURA
14 settembre 2009
Mao? Tze!


Nonostante abbia cambiato nome, alla Festa Democratica si possono (per fortuna) trovare ancora dei testi politicamente scorretti, come "Politica e cultura", di Mao Tse-Tung, edito nel 1969 da una casa editrice abbastanza fantomatica. Il volumetto raccoglie due conferenze di Mao (una del 1937 e una del 1942) alle quali se ne aggiunge una terza di un suo seguace, Kuo Mo-jo, del 1949. La prima delle tre, "A proposito della pratica", tratta del materialismo dialettico marxista-leninista. Suppergiú, pare di leggere delle banalità: il metodo comunista consisterebbe nel partire dalla pratica, per arrivare alla teoria, e poi tornare alla pratica per un continuo feedback. Si contrapporrebbe al metodo idealista, basato solo sulla teoria, e quello empirico, votato soltanto all'esperienza. Chi non sottoscriverebbe un tale approccio? L'apparente idiozia di questa prima conferenza acquista valore soltanto leggendo la seconda ("Artisti e scrittori nella nuova Cina"). In questa il buon Mao esige che gli scrittori e gli artisti debbano calarsi nella vita reale del proletariato, e rappresentarla nelle proprie opere. Il processo non si ferma qui, però, altrimenti saremmo di fronte ad un ideale simile a quello berlusconiano, ovvero dare in pasto alla gente ciò che riesce a comprendere e gradire. La rivoluzione cinese si promette di elevare il livello culturale delle masse, prima attraverso un avvicinamento (ed un abbassamento) degli intellettuali al loro livello, ma questo è solo il primo passo per alzare gradualmente il tenore dei contenuti delle opere artistiche o letterarie, con un continuo controllo dei risultati che queste ottengono quando vengono fruite dal popolo. Non so se un programma tanto ambizioso sia mai stato realizzato, ma non mi pare.


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ECONOMIA
27 luglio 2009
Costruire una catapecchia


Anche il buon Letta Enrico ha scritto il suo bravo libro. Il titolo bruttino, ispirato da una frase del fu Beniamino Andreatta, induce a leggerlo soprattutto nella chiave strategica secondo la quale l'autore consiglia al Partito Democratico di volgere lo sguardo al Centro, per quanto riguarda le alleanze politiche elettorali (una teorizzazione confinata solo nelle ultime pagine, a dire il vero). In realtà, la copertina pseudo-mattottiana cela un excursus all'interno di gran parte dei temi sul piatto della (povera) società italiana, soprattutto riguardanti l'economia. Non manca un'analisi della linea del Partito, nella quale Letta assesta numerosi fendenti alla precedente reggenza veltroniana. In verità, probabilmente, questo testo potrebbe essere adottato in toto - e forse lo è già - come programma del candidato congressuale Bersani. La cattedrale evocata in continuazione, una simbologia che già rompe i maroni dopo le prime pagine, è la chiamata in causa di tutti gli strati della popolazione italiana a partecipare al risollevamento della Gloria Patria. Amen.


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POLITICA
22 giugno 2009
antalgia del futuro


L’unico punto di disaccordo che ho trovato leggendo il recentissimo pamphlet di Civati - una scorsa sulle promesse (finora) mancate del PD, condita da raffinate citazioni - è stata la recriminazione per la poco democratica elezione di Veltroni e Franceschini alla guida del PD e della successiva ascesa di quest’ultimo dopo le dimissioni del primo. A parte il fatto che ho sempre trovato abbastanza impudente il fatto che che il PD abbia voluto arrogarsi l’aggettivo Democratico, quasi affermando che gli altri partiti italiani non lo siano (piú onesta era in effetti la denominazione Democratici di Sinistra assunta dall'ex PCI). Non si può sottacere il fatto che, se davvero il quadro dirigente del partito fosse stato eletto secondo una legge puramente numerica, la componente DS avrebbe prevalso largamente su quella della Margherita. La scelta del segretario e del suo vice è stata effettuata quindi, (giustamente secondo me, data la ristrettezza dei tempi a disposizione, inadatta ad una piena maturazione degli aderenti al PD) con un criterio “liberale”, che potesse garantire anche la minoranza. L’intento Democratico del PD può costituire un obiettivo reale, che faccia la differenza rispetto agli altri partiti, se perseguito - come suggerisce Civati - attraverso un superamento delle vecchie eredità storico-ideologiche e di una profonda attivazione delle forze che sul territorio devono concorrere alla vitalità di questa organizzazione. L’eventualità di non essere diventato il “delfino” di nessuno è un fatto che testimonia la sincerità dell’autore rispetto al primo dei propositi e nello stesso tempo questo sganciamento da particolari correnti permette di porre maggiore attenzione su questioni concrete, slegate da dibattiti sui massimi sistemi. Forse anche per le poche pagine a disposizione, il tema della laicità è stato risolto grazie al ricorso al pluri-inflazionato Enzo Bianchi, ma ciò si può intendere come un suggerimento di uno sguardo da lanciare verso l’area piú avanzata di un certo tipo di pensiero cristiano, che prende le distanze dai dogmi vaticani.


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SOCIETA'
8 giugno 2009
Dio atomico


Se me la piglio spesso con Repubblica è soltanto perché è il quotidiano che leggo piú di frequente, il piú completo, anche se non il migliore (preferisco il Manifesto, per esempio, che non ha pagine da sprecare per fastidiosi articoli di costume). Dopo le appropriazioni di comodo delle dichiarazioni vaticane qualche giorno fa, ora siamo tornati alla messa in ridicolo della Chiesa attraverso le presunte superstizioni religiose di cui si farebbe portatrice. In una pagina interna del giornale di oggi c'è una sibillina messa in ridicolo dell'affermazione di Ratzinger secondo la quale traccia di Dio si trovi anche a livello molecolare. Il materialismo estremo scalfariano di cui è tuttora impregnata Repubblica non può farsi una ragione del fatto che il nostro mondo possa stare in piedi soltanto grazie ad una profonda infusione spirituale in ogni singolo atomo dell'universo (cosa della quale io sono profondamente convinto). Per colmare questa ignoranza abissale (una delle tante, probabilmente) i giornalisti del quotidiano romano potrebbero iniziare a leggersi il fondamentale "Il Tao della fisica" di Fritjof Capra, e forse incomincerebbero a piantarla di ridere di cose di questo tipo, di una serietà assoluta.


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POLITICA
14 maggio 2009
skizofrenie repubblichine


Il quadratone della prima pagina di Repubblica di oggi fa schiantare dalle risate (a prescindere dall'editoriale di D'Avanzo dedicato ad un tema serissimo quale quello delle presunte corna della famiglia Berlusconi). Dopo aver sguinzagliato per settimane il buon Cazzullo (o era il Berselli?) alla ricerca delle illiceità finanziarie della Chiesa di Roma, dopo aver sbattuto a caratteri cubitali ogni ovvietà pronunciata da qualche prelato sui temi etici dell'eutanasia, degli anticoncezionali, del blabla, etc., oggi il giornale diretto da Mauro (e da mamma-Scalfari) strumentalizza senza ritegno ben DUE dichiarazioni papal-vescovili di altrettanta ovvietà nei riguardi delle persecuzioni nei confronti degli immigrati e dei Palestinesi. Ragazzi, decidetevi: o demonio, o santità, altrimenti gli adepti della Repubblica non sapranno più cosa diavolo debbono pensare.


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POLITICA
5 maggio 2009
ite missa est


I comizi politici - specie quelli elettorali - sono l'equivalente di una messa (laica? mah!, la fede richiesta a volte è superiore a quella pronunciata nel Credo). Anche nel caso dei partiti 'amici', purtroppo, la regola non viene smentita. Si comincia la preghiera con una sequela di videoclip-giaculatoria girati tra la ggente, che - spiace dirlo - ripetono una serie di luoghi comuni già sentiti tutti i santi giorni alla tv o sui giornali: non avrebbe fatto male vedere qualcosa di VERO, anche realizzato con meno professionalità, eventualmente. La funzione vera e propria viene introdotta da due ggiovani chierichette, nella fattispecie due ragazze parecchio sotto i trenta candidate sindaco e consigliere provinciale. In questo caso, nonostante l'apprezzabile vèrve e la spigliatezza delle due tipe, vige la Legge di Scòzzari, ovvero: chiunque sia sotto i trent'anni non ha il diritto di dire nulla al prossimo, semplicemente perché non ha ancora vissuto abbastanza esperienze (e sofferenza) per maturare qualcosa di personale da raccontare, sempreché non ci si voglia accontentare dei suddetti luoghi comuni. Ci sono sempre i bambini prodigio, chiaro, ma non era il caso di ieri sera (conferenza Penati-Franceschini). Il sermone (che è la parte di gran lunga più interessante della messa) era svolto da tre officianti d'eccezione: Casati, Penati, Franceschini. Scremando la parte rituale che anche questi tre oratori sono costretti a pronunciare, è qui che si è ascoltata qualche parola/messaggio (pochi) da conservare e portare a casa. Lo squillo iniziale delle trombe di Michele Novaro (il Kyrie Eleison?) è il segnale che la messa è finita (tutti in piedi, ovviamente, neh?!).




permalink | inviato da Massimo Carota il 5/5/2009 alle 13:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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